Le figure retoriche del significato

Scrivere

Narrare è un arte: devi catturare l’attenzione del lettore e mantenerla viva per tutto il tempo. Uno dei compiti più complessi che devi affrontare quando scrivi un brano – o quando ne analizzi uno – è identificare le figure retoriche. Queste altro non sono che un artificio espressivo, uno scarto rispetto al significato denotativo della parola o dell’espressione. Rendono il discorso più efficace, donandogli un effetto suggestivo. Sono le figure retoriche del significato.

Una figura retorica del significato, come ti stavo dicendo, altro non è che un artificio espressivo, uno stratagemma per modificare il concetto descritto da una parola. Ogni termine, infatti, è composto da due parti: il significante e il significato. Il significante è la dimensione fisica della parola: il suo suono, la sua musicalità e il modo in cui viene scritta ne fanno parte. Il significato, al contrario, è la sua parte astratta.

Quest’ultimo, però, può essere di due tipologie differenti: denotativo e connotativo. Mentre il significato connotativo di un vocabolo è il suo rapporto con l’oggetto o il concetto che rappresenta, quello connotativo è “nascosto” e non è sempre uguale. Può essere modificato, cioè, dall’autore.

A cosa servono le figure retoriche?

Le figure retoriche, quelle del significato in questo caso, servono ad articolare un discorso e conferirgli maggior profondità. Potresti pensare che vengano usate soltanto nelle poesie. Tuttavia, non è affatto così: le figure retoriche si usano sempre. Anche tu, quando parli, ne adoperi alcune – anche senza saperlo.

Conoscerle e padroneggiarle ti consente di utilizzarle consapevolmente: puoi sceglierle per dare un connotato specifico al tuo discorso. Ecco perché è importante non tanto memorizzarle ma comprenderle. Se comprendi le figure retoriche potrai parlare come preferisci e non avrai più alcun ostacolo alla lettura di qualunque testo.

Ma non dilunghiamoci ulteriormente: vediamo quali sono le figure retoriche del significato più importanti.

La similitudine

La “regina” delle figure retoriche del significato è la similitudine. Viene spesso insegnata sin dalle scuole elementari, ma non per questo è banale.

“Similitudine” deriva dal latino “simile“. Consiste nel confrontare due entità (persone, animali, oggetti, sentimenti, luoghi, ecc.) e individuare ciò che hanno in comune. Proprio questo elemento collettivo viene comparato, usando avverbi e locuzioni.

Esempi

Quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese

Myricæ di Giovanni Pascoli

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Soldati di Giuseppe Ungaretti

Metafora

Un’altra figura retorica particolarmente amata dagli scrittori e i poeti di tutto il mondo è la metafora. Il termine deriva dal greco e significa “io trasporto“. Come dice il nome, quindi, la metafora trasporta il significato di un termine ad un altro che abbia la medesima “essenza”.

Per poterla applicare serve perciò una sovrapposizione semantica: i due significati devono avere qualcosa in comune. Questo “qualcosa” non sempre è facilmente visibile – anzi, spesso è nascosto. Il paragone, quindi, non è esplicito: sta al lettore (o ascoltatore!) intercettarlo e decifrarlo.

Esempi

Anche un uomo tornava al suo nido

X Agosto di Giovanni Pascoli

Io non piange, sì dentro impetrai

Divina Commedia di Dante Alighieri

Analogia

Se la similitudine esplicita il tratto comune tra due termini e la metafora lo nasconda, l’analogia – che, in greco, significa “somiglianza” – taglia tutti i passaggi logici. È diretta, d’impatto e crea un effetto suggestivo. Richiede attenzione per essere decifrata: non è né scontata né semplice da individuare, poiché i termini del confronto risultano spesso lontani.

Esempi

(Mentre) si levano termali sceicchi di cicale dai calvi picchi

Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale

Tornano in alto ad ardere le favole

Stelle di Giuseppe Ungaretti

Allegoria

Una figura retorica del significato che ha avuto il proprio periodo d’oro nel Medioevo è l’allegoria. La parola, che deriva dal greco e significa “dire diversamente“, consente di trasferire un’idea o, più generalmente, un concetto in una figura concreta – come una persona, un animale o un oggetto.

Esempi

Nel mezzo di cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la dritta via era smarrita.

Divina Commedia di Dante Alighieri

Antonomasia

Quante volte sentiamo dire “per antonomasia”? Tante, tantissime volte. Se ti sei mai chiesto cosa significhi quest’espressione, ecco la risposta: “antonomasia” deriva dal greco e significa “cambiare nome“. Adottato questa figura retorica un nome viene sostituto con un altro che ne indica una caratteristica peculiare. Il termine sostituente, quindi, ricorda quello sostituito indicandone una singolarità.

Esempi

i voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque

Divina Commedia di Dante Alighieri

atto ch’ebbe il re di Circassia
battere il volto de l’antiqua madre

Orlando furioso di Ludovico Ariosto

Metonomia

Un’altra figura retorica di significato che troviamo di frequente è la metonimia. La parola deriva dal greco e significa “scambio di nome“. Con la metonimia una o più parole vengono sostituite, scambiate per l’appunto, ad altre, alle quali sono legate da una relazione logico-qualitativa.

Esempi

Hai visto quel Picasso?

Esempio d’uso comune

s’accendon le finestra ad una ad una

Sera di Liguria di Vincenzo Caldarelli

fende con tanta fretta il suttil legno l’onde

Orlando furioso di Ludovico Ariosto

Sineddoche

La sineddoche è sotto diversi punti di vista simile alla metonimia. Ciononostante, si discosta da quest’ultima per il tipo di rapporto che intercorre tra i due termini. Più precisamente, la parola ha origine greca (“comprendere più cose insieme“) e indica la sostituzione di uno o più vocaboli con altri sulla base di un rapporto logico-quantitativo. Generalmente è espressa nelle forme “la parte per il tutto” e “il genere per la specie”.

Esempi

Voglio andare in America! (riferito agli Stati Uniti d’America)

Esempio d’uso comune

E se da lunghe i miei tetti saluto

La morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo

così percossa, attonita
la terra al nunzio sta

Il cinque maggio di Alessandro Manzoni

Iperbole

L’iperbole è, come ci dice la sua origine greca, un eccesso. Un elemento – sia esso una persona, un oggetto o un fatto – viene descritto esagerandone (in eccesso o in difetto) alcune caratteristiche. Quando conversiamo la utilizziamo abitualmente, senza accorgercene: ci aiuta a mettere in evidenza un concetto in modo semplice e facilmente comprensibile.

Esempi

– Ma quanto ci hai messo?! Ti sto aspettando da secoli!
– C’era un mare di gente.

Esempi d’uso comune

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso dandoti il braccio di Eugenio Montale

erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi di Francesco Petrarca

Litote

Un’altra figura retorica del significato particolarmente adoperata nelle conversazioni quotidiane è la litote. Il termine, che deriva dal greco e significa “semplicità“, indica l’azione di negare il concetto contrario di ciò che si vuole veramente esprimere. Serve, quindi, ad addolcire un’espressione troppo forte e diretta, sostituendola con una più delicata e adatta alla “pacifica convivenza”.

Esempi

Il nostro don Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno…

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

I valaier, di giostra ambi maestri,
che le lance avevan grosse come travi,
si dieron colpi non troppo soavi.

Orlando furioso di Ludovico Ariosto

Eufemismo

Proseguendo il nostro excursus sulle figure retoriche del significato, con un particolare accento su quelle che usiamo tutti i giorni, troviamo l’eufemismo, termine che deriva dal greco e significa “dire bene“. Un po’ come la litote, serve per ammorbidire un concetto. Tuttavia, a differenza di quest’ultima, non si nega il contrario: si cercano, invece, termini più “dolci” e “morbidi”. Si eliminano le parole brusche e si raggirano i vocaboli troppo duri.

Esempi

È passato a miglior vita

Esempio d’uso comune

Quando rispuosi, cominciai: – Oh, lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!

Divina Commedia di Dante Alighieri

Personificazione

La personificazione – termine che deriva dal latino e significa “dare caratteristiche umane a oggetti inanimati” – serve per attribuire pensieri e comportamenti tipicamente umani ad oggetti e animali. Utilizzandola, perciò, si attribuiscono ad elementi inanimati dei tratti tipicamente umani.

Esempi

La fortuna ha bussato alla mia porta
Il Sole si nasconde dietro le nuvole
Non lasciare che l’attimo ti sfugga

Esempi d’uso comune

Là, presso le allegre renelle,
singhiozza monotono un rivo

Il gelsomino notturno di Giovanni Pascoli

Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola

Divina Commedia di Dante Alighieri

Sinestesia

Una delle più importanti figure retoriche del significato è la sinestesia. La parola deriva dal greco e significa “percepire insieme“; come suggerisce la sua origine, quindi, serve per accostare dei termini che provengono da piani sensoriali differenti. Ciò che possiamo percepire con i cinque sensi (tatto, udito, vista, olfatto e gusto) viene “mescolato”, per dare descrizioni più dettagliate e originali.

Esempi

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse

Il gelsomino notturno di Giovanni Pascoli

Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi

L’assiuolo di Giovanni Pascoli

Ossimoro

Deriva dal greco e significa “acuto” e “ottuso“. Come forse hai già intuito, l’ossimoro serve per accostare due termini dal senso diametralmente opposto (o, comunque, particolarmente distante). Questo dà vita ad un paradosso, che cattura l’attenzione e stuzzica la curiosità del lettore.

Esempi

Un reo buon uomo

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare

L’infinito di Giacomo Leopardi

Preterizione

Il termine, che è di origine latina e significa “andare oltre“, indica un’azione piuttosto comune. La preterizione, infatti, è una delle figure retoriche più usate nelle conversazioni quotidiane. Si finge di non voler dire ciò che, in effetti, si sta chiaramente affermando. In questo modo, si dà risalto e importanza all’informazione che è stata “nascosta”.

Esempi

Non ti dico quanto mi sono divertito a quella festa

Esempio d’uso comune

Cesare taccio, che per ogni piaggia
fece l’erba sanguigne

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno di Francesco Petrarca

Reticenza

Anche questa figura retorica – il cui nome deriva dal latino e significa “tacere” – è diffusa nella lingua parlata. Più precisamente, la reticenza serve a lasciare in sospeso un discorso, interrompendolo bruscamente con i tre puntini di sospensione. La reticenza, quindi, lascia immaginare al lettore o all’ascoltatore cosa sia accaduto successivamente, senza dargli, però, alcuna conferma.

Esempi

Chissà cos’è successo…

Esempio d’uso comune

E questo padre Cristoforo, so da certi
ragguagli che è un uomo che non ha tutta
quella prudenza, tutti quei riguardi…

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

Ellissi

“Ellissi” ha origini latine e significa “omettere“. Viene usata per eliminare, omettere, uno o più termini che non sono necessari alla comprensione: si eliminano i fronzoli per esaltare i concetti di maggior importanza. Proprio come l’allegoria, anche l’ellissi era ampiamente usata nel Medioevo.

È altrettanto utilizzata nella narrativa di tutte le epoche – anche quella moderna. Tantissimi elementi superflui, infatti, vengono “tagliati”, per velocizzare il ritmo del racconto e non annoiare il lettore; l’ellissi, quindi, contribuisce allo sfasamento di fabula e intreccio.

Esempi

Gemmea l’aria, il sole così chiaro

Novembre di Giovanni Pascoli

Ai posteri l’ardua sentenza

Il cinque maggio di Alessandro Manzoni

Ma sono davvero così importanti?

Le figure retoriche del significato non sono soltanto degli artifici utili ai poeti. Al contrario, formano una parte fondamentale della nostra capacità espressiva e, anche se non ce ne accorgiamo, le utilizziamo tutti i giorni – talvolta sin troppo, come nel caso dell’iperbole.

Conoscerle, quindi, è fondamentale: ci permettono di comunicare con un linguaggio ricco e variegato con le altre persone; ci permettono di riferire concetti altrimenti inesprimibili; ci consentono di dare il nostro tocco personale alle parole che pronunciamo (o scriviamo), facendole restare impresse nella mente di chi ci ascolta (o di chi ci legge).